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ALLENARSI IN GIAPPONE (ma non solo)

Traduciamo e pubblichiamo con il permesso dell'autore un interessante articolo.

Michael Reinhard  Sensei vive e lavora in Giappone, ed è un membro effettivo della prestigiosa scuola Giapponese Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu, una delle più antiche del Giappone.


Quello che scrive in questo topic è estremamente condivisibile e si applica non solo alla sua scuola, ma a tutte le Koryu (Antiche Tradizioni), come quella che viene praticata nella nostra associazione.

 

L'atteggiamento deve essere sempre quello, e non solo se si studia in Giappone, e deve essere compreso da chiunque voglia avvicinarsi ad una scuola che ha radici profonde nella cultura Giapponese e che non sia solo uno "sport".


 

Michael Reinhard Sensei con Sugino Yokihiro Sensei al dojo del TSKSR in Giappone
Michael Reinhard Sensei con Sugino Yokihiro Sensei al dojo del TSKSR in Giappone

Allenarsi in Giappone

 

 

 

La prima volta che sono venuto in Giappone è stato molti anni orsono, accompagnato dal mio insegnante di allora.
None ra solo la mia prima visita al Dojo, era anche la mia prima volta in Giappone…Accidenti, era anche la mia prima visita ad una cultura completamente differente, con una mentalità differente riguardo a comportamenti ed interazioni umane.


Quelle tre settimane come turista in una Koryu furono fantastiche, non parlavo una virgola di giapponese, ma il mio Maestro aveva vissuto qualche anno in Giappone e diversi membri del dojo si prodigarono per insegnarmi. Ho un vivo ricordo di uno dei miei Sempai : Occhi diabolici, codino legato alto ed un’espressione che mi faceva sentire molto, molto a disagio.
In quanto nuovo arrivato, sapevo a malapena camminare, non parliamo di come si tiene in mano una spada.

 

 

Ero così concentrato sul non incasinare i Kata praticando con lui, che prima ancora di iniziare ero già stato redarguito per non aver mantenuto un corretto Reiho, verso la spada, verso il mio avversario e verso il Kata.

Sono state quelle prime impressioni e lezioni durante quelle tre settimane, che sono divenute il fondamento per poter essere infine accettato come membro del dojo a tutti gli effetti, insegnandomi le basi del comportamento in un dojo non solo spiegandomele attivamente, ma anche e soprattutto osservando gli allievi anziani e le loro iterazioni con gli altri, in special modo quelli stranieri (che erano tutti più avanzati di me).

 

 

Ora, dopo 15 anni la metà dei quali passata in Giappone, posso osservare come gli studenti (giovani e meno giovani) si comportano quando si uniscono agli allenamenti in Giappone.

 

NB Nel testo vengono usati molti termini giapponesi, se non li conoscete c'è un glossario nel sito

 

 

 

 

Allenarsi in Giappone può essere fruttuoso solamente se c’è un indiscusso desiderio di apprendere, e perché questo accada devono esserci due condizioni:

 

Primo, non bisogna portare il proprio Ego in Giappone ed in secundis, bisogna mantenere la mente aperta quando si pratica, in particolar modo quando si ricevono istruzioni e commenti.

 

 Lasciare a casa il proprio Ego può essere difficile, in special modo se non si riesce ad allenarsi regolarmente in Giappone e se uno ha già 15, 20 anni di pratica sulle spalle.

Dopo così tanti anni uno può diventare così confidente in sé stesso ed in ciò che sta facendo che i commenti e le critiche potrebbero non essere così facili da sopportare, in particolare se certi commenti vengono fatti da persone di “minore” esperienza (anche se l’esperienza è misurata in anni e non in abilità effettiva)

 

 Le persone in Giappone hanno un’idea semplice e chiara di Keiko (pratica): Pratica con costanza e migliorerai, mantieni la mente aperta e lavora su ciò che ti viene detto.

 

Non adagiarti su ciò che ti viene detto e continua a lavorare ad ogni lezione ed ogni volta che prendi in mano la spada (e non solo allora).

 

 

 

Questo porta al mio secondo punto: mantieni la mente aperta.

 

Ho avuto la possibilità di praticare con persone che hanno trent’anni di esperienza ed a cui Sensei ha detto di praticare in modo differente perché, per loro, pensava avesse più senso.
E cos’hanno fatto? Hanno provato ad applicare i consigli, tentato attivamente ed infine hanno avuto successo.
Altri sono stati riluttanti a ricevere il dono dell’insegnamento, anche dopo che Sensei li ha corretti più e più volte, non hanno cambiato il proprio modo di praticare. Non so se non riescano a cambiare o semplicemente rifiutino l’insegnamento.

 

Lasciano il Giappone, senza aver capito quello che stava succedendo, e ritornano l’anno successivo solo per essere corretti ancora sulle stesse cose.

 

Sensei dice, in maniera semplice, che non insegna nulla che un allievo non possa apprendere, niente è impossibile.

 

 

 

Per questo è importante avere un contatto diretto con l’insegnante, ma l’allievo deve avere la volontà di apprendere, e questo include anche prendere atto che, a volte, non si è ancora raggiunto un livello ove le Basi non sono più le basi ma il fondamento per poter accedere a tecniche più avanzate, e questo richiede uno sforzo.

Puro e semplice.

 

 

 

Lo Shinto-Ryu possiede, come ogni Koryu, una base comune sul come dovrebbe muoversi il corpo, i principi appresi nel Kenjutsu (in particolare il movimento dei piedi) si ritrovano nelle altre armi, il Bojutsu può insegnarci come muoversi con un’arma lunga, il che è il fondamento per ulteriori studi di Naginata e Yari. D’altra parte lo Yari combina applicazioni sia sulla distanza lunga che su quella corta, il che è utile al kenjutsu perché insegna come adattarsi alle diverse situazioni e distanze.

 

Senza parlare di Kodachi dove il corretto Taisabaki è della massima importanza e la cui filosofia può essere ritrovata in altre armi del curriculum della scuola.

 

 

 

 

 

Toccherei brevemente anche l’argomento della Lingua nel Dojo, Sensei non parla inglese, ma grazie ai suoi viaggi in Europa è in grado di comunicare con i Si e i No,

 

il che, detto brutalmente, è più che sufficiente nella maggior parte dei casi, anche perché spesso non insegna da solo ma è accompagnato da studenti anziani.

 

 

 

In ogni caso la comunicazione nel nostro dojo non è mai un grosso problema, abbiamo persone qui in Giappone che parlano un discreto inglese e possono aiutare se necessario, ma la maggior parte dell’insegnamento è “sul campo” e la comunicazione avviene attraverso lo sguardo in luogo delle parole.

 

 

 

Osservare gli allievi anziani praticare ed imparare da loro è un tipo diverso di allenamento e non dovrebbe essere sottovalutato. Se uno sta praticando e Sensei sta correggendo qualcuno, lo studente dovrebbe prestare molta attenzione alle sue mani e al movimento dei piedi mentre Sensei dimostra la tecnica, affidandosi alla propria capacità di osservare ed imparare.

 

Sebbene Sensei e gli allievi anziano siano così gentili da offrire delle spiegazioni, non vogliono doversi imbarcare in lunghe spiegazioni o discussioni, e ripetere continuamente istruzioni già dette non è di nessun beneficio.

 

 
Uno dovrebbe ascoltare con attenzione fin dall’inizio e cercare di applicare da subito le correzioni fatte, se la tecnica non gli riesce subito, non dovrebbe essere deluso, ma incoraggiato a riprovare di nuovo, la volontà di progredire e lo sforzo devono essere evidenti.

 

Praticare il kata come fosse una danza non è di nessun beneficio.

 

 

 

Allenarsi in Giappone dovrebbe essere questo: allenarsi focalizzati al 100% sul proprio apprendimento, invece che mettersi a correggere gli altri (a meno che non si abbia avuto l’incarico direttamente da Sensei) . Il tempo che ognuno ha per praticare è limitato, soprattutto in un dojo dove l’allenamento non è giornaliero e bisogna fare tesoro di ogni Kata , iniziare ogni volta da zero e praticare come fosse la prima volta.

 

Il partner può essere differente, può essere differente anche l’arma, ma ogni Kata ci dà la possibilità di lavorare su noi stessi, sui nostri difetti, su come muovere il corpo dal punto A al punto B nel modo più efficiente, sul come abbattere l’avversario che abbiamo di fronte senza nemmeno sudare.

 

 

 

Il Nostro dojo è molto aperto, ma la gente che porta il proprio Ego e cerca di imporsi e chiede che gli venga conferita una certa autorità (insegnando agli altri) o che richiede attenzioni speciali (tipo traduttori personali) non beneficerà dell’allenamento e non gli verrà donato il beneficio di avanzare.

 

 

 

Ognuno deve scegliere per sé il suo percorso da seguire, ma il primo passo deve sempre essere fatto dallo studente, solo allora l’insegnante potrà iniziare a fargli da guida nel sentiero che ha di fronte.

 

 

 

D’altra parte, se si può rimanere in Giappone  solo per un breve periodo di tempo, Sensei sarà sempre felice di istruirvi se siete motivati ad imparare.

 

Abbiamo avuto uno studente che è rimasto tre mesi in Giappone, lavorando nel frattempo, ed è venuto al Dojo, ed ha praticato ogni settimana compiendo ottimi progressi, poi è tornato al suo paese, dopo qualche tempo è venuto di nuovo a trovarci qualche settimana fa.
Cosa posso dire?
Abbiamo potuto continuare a studiare esattamente da dove avevamo interrotto, non ha dimenticato ciò che gli è stato insegnato perché ha continuato a lavorarci durante la sua assenza, eravamo tutti felici del suo ritorno e non ho dubbi che abbia potuto imparare molto, so che la prossima volta che ritornerà, riusciremo a lavorare ancora meglio e potremo aiutarlo a migliorare. È un lungo viaggio, ma non è un ostacolo per uno studente motivato e determinato.

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